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Il primo principio della termodinamica

Lavoro, calore, energia interna e il primo principio.

Energia internaPrimo principioLavoro delle forze di pressioneTrasferimento di caloreFunzioni di statoDifferenziale esattoTrasformazioni quasi-staticheTrasformazione adiabaticaEstensività

La lezione precedente ha introdotto i sistemi termodinamici, gli stati di equilibrio e le funzioni di stato. Affrontiamo ora una domanda centrale: come inserire l'energia del sistema in questa rappresentazione macroscopica?

In certi corsi questa domanda viene liquidata troppo in fretta: il primo principio vi è presentato come una semplice conservazione dell'energia e, subito dopo, compare la formula del bilancio energetico senza ulteriori giustificazioni. Vedremo queste formule nelle sezioni 3 e 4.3, e il lettore che ha fretta può in effetti recarvisi direttamente (si veda anche la sintesi rapida nella Sezione 7).

Ma la costruzione che conduce a queste formule è in realtà sottile. Anzitutto, il primo principio afferma più della conservazione dell'energia, che (oggigiorno) appare evidente dal punto di vista microscopico. Mostreremo che questo principio colma in realtà il vuoto logico tra l'esistenza di un'energia UmicroU_{\mathrm{micro}} definita meccanicamente su uno spazio con circa 6N6N coordinate e quella di una funzione di stato energia UthU_{\mathrm{th}} che dipende soltanto da poche variabili macroscopiche.

Mostreremo poi che l'additività dell'energia è un'ipotesi supplementare, necessaria per passare dalla conservazione dell'energia di un sistema isolato a un bilancio di energia alla frontiera di un sistema chiuso. È quest'ultima tappa che permette di precisare finalmente lo statuto epistemico e logico del calore: esso è definito come ogni trasferimento di energia che rimane in tale bilancio, una volta contabilizzato il lavoro macroscopico compiuto su un sistema chiuso: Q  =def  ΔUWQ \equiv \Delta U - W.

In questa lezione considereremo dapprima i sistemi chiusi: nessuna materia attraversa la loro frontiera. La ragione è semplice: in un sistema aperto la materia trasporta essa stessa energia attraverso la frontiera e complica il bilancio energetico. Il caso dei sistemi aperti sarà affrontato più avanti nel corso.

1. L'energia interna microscopica

Consideriamo un sistema classico, non quantistico e non relativistico in un riferimento inerziale1. Consideriamo NN particelle puntiformi, di masse mim_i, posizioni ri\vec r_i e velocità vi\vec v_i. In ogni istante il suo stato microscopico è completamente determinato da

Note 1 : Questi casi richiedono un trattamento adeguato, fuori dal programma qui svolto.
(r1,...,rN,p1,...,pN)Γ,conpi=mivi,\boxed{ (\vec r_1,...,\vec r_N, \vec p_1,...,\vec p_N) \in\Gamma, \, \mathrm{con} \,\,\, \vec p_i=m_i\vec v_i, }

dove Γ\Gamma designa lo spazio delle fasi classico del sistema, di dimensione dimΓ=6N\dim\Gamma=6N in questo modello semplice. Supponiamo che tutte le forze interne, per esempio le forze di attrazione o di repulsione fra molecole, siano conservative. Possiamo allora associare loro un'energia potenziale totale Epint(r1,...,rN),conFiint=riEpintE_p^{\mathrm{int}}(\vec r_1,...,\vec r_N), \, \mathrm{con} \,\,\, \vec F_i^{\,\mathrm{int}} =-\nabla_{\vec r_i}E_p^{\mathrm{int}}. Il sistema può inoltre essere soggetto a forze conservative esterne, per esempio il suo peso. Si associa loro allo stesso modo un'energia potenziale esterna Epext(r1,...,rN)E_p^{\mathrm{ext}}(\vec r_1,...,\vec r_N).

Il sistema non è necessariamente in quiete nel riferimento scelto. In ogni istante si possono definire il suo centro di massa e la velocità V\vec V di quest'ultimo, eventualmente dipendente dal tempo. Introducendo allora la massa totale del sistema e le velocità relative al centro di massa,

M=i=1Nmi,V=1Mi=1Nmivi,ui=viV,M=\sum_{i=1}^{N} m_i, \qquad \vec V=\frac{1}{M}\sum_{i=1}^{N} m_i\vec v_i, \qquad \vec u_i=\vec v_i-\vec V,

l'energia cinetica totale può scriversi come

Ec=12i=1Nmivi2=12i=1Nmi(V+ui)2.E_c=\frac12 \sum_{i=1}^{N}m_i \vec {v_i}^2 = \frac12 \sum_{i=1}^{N}m_i (\vec V + \vec u_i)^2.

Sviluppando il quadrato si constata che i termini incrociati si annullano esattamente, poiché imiui=0\sum_i m_i\vec u_i=\vec 0. Questo risultato è noto in meccanica classica come teorema di König:

Ec=12MV2+12i=1Nmiui2+Vi=1NmiuiimiviMV=0E_c =\frac12MV^2 +\frac12 \sum_{i=1}^{N}m_i \vec{u_i}^2 +\vec V\mathbin{\cdot} \underbrace{\sum_{i=1}^{N} m_i\vec u_i}_{\sum_i m_i\vec v_i-M\vec V=\vec0}

Ne segue:

Ec=Ecmacro+Ecmicro\boxed{E_c = E_c^{\mathrm{macro}} + E_c^{\mathrm{micro}}}

(1)

L'energia cinetica totale si decompone dunque sempre2 nell'energia cinetica macroscopica del centro di massa e in quella dei moti relativi residui, quelli «disordinati», che costituiscono ciò che si chiama agitazione termica.

Note 2 : La traslazione del centro di massa non esaurisce necessariamente l'energia cinetica macroscopica. Il sistema può inoltre possedere un moto ordinato di rotazione globale. In tal caso si può scrivere la decomposizione vi=V+ω×(riR)+ui,\vec v_i = \vec V +\vec\omega\times(\vec r_i-\vec R) +\vec u_i', dove R\vec R è la posizione del centro di massa e dove ui\vec u_i' designa ora il moto residuo dopo la sottrazione della traslazione e della rotazione globali. Scegliendo ω\vec\omega in modo che tale moto residuo abbia momento angolare totale nullo rispetto al centro di massa, si ottiene Ec=12MV2+12ωICMω+12i=1Nmiui2,E_c = \frac12 MV^2 + \frac12\vec\omega\cdot \mathbf I_{\mathrm{CM}}\vec\omega + \frac12\sum_{i=1}^{N}m_i {u_i'}^2, dove ICM\mathbf I_{\mathrm{CM}} è il tensore d'inerzia rispetto al centro di massa. La separazione fra energia cinetica macroscopica ed energia cinetica microscopica resta dunque possibile.

Raggruppando i vari termini, l'energia meccanica totale si scrive infine

Etot=Ecmacro+Epext+[Ecmicro+Epint(r1,...,rN)+Eintautres]energia interna.E_{\mathrm{tot}} = E_c^{\mathrm{macro}} +E_p^{\mathrm{ext}} +\underbrace{\left[ E_c^{\mathrm{micro}} +E_p^{\mathrm{int}}(\vec r_1,...,\vec r_N) +E_{\mathrm{int}}^{\mathrm{autres}} \right]}_{\text{energia interna}}.

Osservazione: il termine EintautresE_{\mathrm{int}}^{\mathrm{autres}} raccoglie i contributi dei gradi di libertà interni che questo modello puntiforme minimale non descrive, per esempio i gradi di libertà di rotazione o di vibrazione delle molecole. Se questi vengono modellizzati esplicitamente, lo spazio delle fasi Γ\Gamma deve essere ampliato di conseguenza.

Definizione 1 (Energia interna microscopica)
Indicheremo con Umicro=Ecmicro+Epint+EintautresU_{\mathrm{micro}}= E_c^{\mathrm{micro}} +E_p^{\mathrm{int}} +E_{\mathrm{int}}^{\mathrm{autres}} l'energia interna microscopica. È una funzione definita sullo spazio delle fasi, Umicro:ΓR,U_{\mathrm{micro}}:\Gamma\longrightarrow\mathbb R,

che dipende quindi, in generale, da un numero considerevole di variabili, e che soddisfa:

Etot=Ecmacro+Epext+Umicro.E_{\mathrm{tot}} =E_c^{\mathrm{macro}}+E_p^{\mathrm{ext}}+U_{\mathrm{micro}}.

(2)

Nel seguito considereremo sistemi macroscopicamente in quiete, privi di rotazione globale e la cui energia potenziale esterna non varia. A meno della scelta di un'origine, potremo dunque scrivere

Etot=Umicro.E_{\mathrm{tot}}=U_{\mathrm{micro}}.

Introduciamo ora la funzione di stato energia termodinamica, provvisoriamente indicata con UthU_{\mathrm{th}}, e comprendiamo perché non debba essere confusa a priori con UmicroU_{\mathrm{micro}}.

2. L'energia interna termodinamica

Prendiamo come sistema una pentola d'acqua posta su una piastra elettrica. Restiamo nel quadro semplice descritto sopra: la pentola è macroscopicamente immobile e la sua energia potenziale esterna non varia. Possiamo dunque scrivere Etot=UmicroE_{\mathrm{tot}}=U_{\mathrm{micro}} a meno di una costante.

Quando si riscalda l'acqua non compare alcuna energia cinetica macroscopica e la pentola non cambia posizione. Ammettendo la conservazione rigorosa dell'energia, sotto tutte le sue forme, l'energia che le viene fornita si ritrova dunque necessariamente nella sua energia interna microscopica:

ΔEtot=ΔUmicro.\Delta E_{\mathrm{tot}}=\Delta U_{\mathrm{micro}}.

La termodinamica cerca di descrivere esattamente la stessa variazione. Vorremmo dunque costruire una grandezza UthU_{\mathrm{th}} tale che

ΔUth=ΔUmicro.\Delta U_{\mathrm{th}}=\Delta U_{\mathrm{micro}}.

La soluzione sembra ovvia. Non basta identificare l'energia interna termodinamica con l'energia interna microscopica?

Tale identificazione sarebbe in realtà matematicamente scorretta, poiché le due funzioni non hanno lo stesso dominio di definizione. UmicroU_{\mathrm{micro}} è una funzione definita sullo spazio delle fasi e dipende da almeno 6N6N variabili, mentre UthU_{\mathrm{th}} dipende solo da un piccolo numero dd di variabili indipendenti che descrivono lo stato di equilibrio X=(x1,...,xd)EX=(x^1,...,x^d)\in\mathcal E (si ricordi che le xix^i sono variabili di stato macroscopiche, come la temperatura, la pressione o il volume).

Le due funzioni devono nondimeno essere collegate in modo che Uth(X)U_{\mathrm{th}}(X) rappresenti, alla scala macroscopica, l'energia interna corrispondente allo stato di equilibrio XX. Occorre spiegare come funziona questa riduzione dimensionale. La questione è profonda e va oltre il quadro di questo corso introduttivo. È necessaria una descrizione microscopica se si vuole derivare questo passaggio fra le due scale. La sottosezione 6.2, fuori programma, espone a grandi linee il modo in cui la fisica statistica risolve questo problema.

Ma da un punto di vista strettamente termodinamico non vi è alcuna giustificazione possibile di questa identificazione microscopica, e l'esistenza di UthU_{\mathrm{th}} come funzione di poche variabili macroscopiche soltanto deve essere postulata. Sarà questo il ruolo del primo principio della termodinamica, che dunque non afferma soltanto la conservazione dell'energia, ma anche, e soprattutto, che tale energia può essere rappresentata, all'equilibrio, da una funzione di stato definita sullo spazio macroscopico E\mathcal E.

Una volta scelte le dd variabili di stato indipendenti xix^i, per esempio (TT, VV, NN) per un gas perfetto, la funzione U(T,V,N)U(T,V,N) definisce un campo scalare sullo spazio degli stati; nello spazio ampliato delle coordinate U,T,V,NU,T,V,N, il suo grafico è un'ipersuperficie, detta superficie di equilibrio, il cui ruolo nel seguito di questo corso sarà cruciale, cfr. Figura 1.

L'ipersuperficie energia definita sullo spazio degli stati di equilibrio.
Figura 1. L'ipersuperficie energia definita sullo spazio degli stati di equilibrio.

Segnaliamo infine un corollario immediato che illustra bene la differenza fra UthU_{\mathrm{th}} e UmicroU_{\mathrm{micro}}: nella termodinamica dell'equilibrio qui sviluppata, l'energia interna termodinamica non è in generale definita al di fuori degli stati di equilibrio. Durante una trasformazione brusca di un gas, per esempio, è possibile, e anzi frequente, che non gli si possa più attribuire una temperatura o una pressione uniche. In tal caso non gli si può nemmeno associare direttamente l'energia interna termodinamica UthU_{\mathrm{th}}, poiché essa è definita solo sullo spazio degli stati di equilibrio E\mathcal E. Il problema non è che l'energia non esista più, poiché la sua energia microscopica resta perfettamente definita in ogni istante, ma semplicemente che il sistema non è più rappresentato da un punto XEX\in\mathcal E.

Detto ciò, a partire dalla prossima sezione la funzione meccanica UmicroU_{\mathrm{micro}} non interverrà più direttamente: scriveremo semplicemente UU per l'energia interna termodinamica UthU_{\mathrm{th}}, sottintendendo che è definita unicamente sullo spazio degli stati di equilibrio.

Osservazione 1 (Estensioni vicino all'equilibrio)
Segnaliamo che, per sistemi sufficientemente vicini all'equilibrio, la descrizione termodinamica può essere estesa ampliando lo spazio degli stati. Per esempio, nel caso già incontrato della sbarra metallica posta fra due serbatoi termici, si può introdurre un campo locale stazionario di temperatura T(x)T(x), anziché una temperatura unica, e definire una densità locale di energia interna. L'energia totale diventa allora un funzionale di tali campi. Non svilupperemo qui questa termodinamica detta vicino all'equilibrio.

3. Il primo principio della termodinamica

La sezione precedente ha ampiamente preparato il terreno; possiamo ora enunciare:

Primo principio della termodinamica per un sistema chiuso
Per ogni sistema termodinamico chiuso esiste una funzione di stato U:ER,U:\mathcal E\longrightarrow\mathbb R,

detta energia interna, determinata solo a meno di una costante additiva, almeno due volte differenziabile, tale che, per ogni stato di equilibrio XEX\in\mathcal E,

Etot=Ecmacro+Epext+U(X).E_{\mathrm{tot}} = E_c^{\mathrm{macro}} +E_p^{\mathrm{ext}} +U(X).
(3)

Il primo principio afferma inoltre la conservazione dell'energia: per un sistema isolato,

ΔEtot=0.\Delta E_{\mathrm{tot}}=0.

Anche la regolarità della funzione UU è un'ipotesi non banale. In pratica si potrà considerare UU come C\mathcal C^\infty. Poiché UU è determinata solo a meno di una costante, a causa delle energie potenziali coinvolte nell'uguaglianza 3, soltanto le sue variazioni hanno significato fisico. Per semplificare, ci limiteremo nel seguito alle trasformazioni in cui le energie cinetica e potenziale macroscopiche non variano. Avremo allora ΔEtot=ΔU\Delta E_{\mathrm{tot}}=\Delta U.

Consideriamo ora un sistema chiuso SS, che può scambiare energia, ma non materia, con il suo ambiente. Il sistema globale

S=S+ExtS'=S+\mathrm{Ext}

può sempre essere incluso in un sistema isolato. Il primo principio impone allora

ΔES=0.\Delta E_{S'}=0.

Sotto l'ipotesi supplementare che l'energia sia additiva, cioè che la loro energia d'interazione sia trascurabile, si ha ES=ES+EExtE_{S'}=E_S+E_{\mathrm{Ext}}, cosicché

ΔES=ΔEExt.\Delta E_S=-\Delta E_{\mathrm{Ext}}.

L'ipotesi di additività permette così di tradurre la conservazione dell'energia sotto forma di un bilancio fra sottosistemi: ogni energia guadagnata dal sistema è persa dal suo ambiente, e viceversa. Resta ora da precisare come tale energia possa essere trasferita attraverso la frontiera del sistema. Distingueremo due modi di trasferimento: il lavoro, indicato con WW, che possiede una definizione indipendente ereditata dalla meccanica, e il calore, indicato con QQ.

Il bilancio energetico assumerà allora la forma

ΔES=ΔU=Q+W\boxed{ \Delta E_S = \Delta U = Q+W }
(4)

dove WW designa il lavoro ricevuto dal sistema e QQ il calore da esso ricevuto.

Si noti che l'ipotesi di additività dell'energia non è banale. A un livello elementare la si potrà semplicemente ammettere per i sistemi termodinamici usuali. Essa non è tuttavia sempre valida. Le interazioni a lungo raggio, in particolare, possono far venire meno simultaneamente l'additività e l'estensività dell'energia, si veda la Sezione 6.4.

Resta ora da definire questi due modi di trasferimento. Ma prima è indispensabile fissare una convenzione di segno, del tutto standard, che si usa in tutto il resto di questo corso.

Da ricordare (La convenzione di segno del banchiere)
In tutto questo libro un trasferimento di energia è contato positivamente quando è ricevuto dal sistema e negativamente quando è fornito da esso. Così, Q>0, W>0Q>0,\ W>0

corrispondono a energia ricevuta dal sistema, mentre

Q<0, W<0Q<0,\ W<0

corrispondono a energia ceduta all'esterno.

4. Lavoro, calore e bilancio energetico

4.1. Il lavoro

Uno dei vantaggi del lavoro è di possedere una definizione indipendente dalla termodinamica, ereditata dalla meccanica. Quando una forza esterna Fext\vec F_{\mathrm{ext}} agisce su un punto della frontiera del sistema e tale punto si sposta di drd\vec r, il lavoro elementare compiuto da questa forza, e dunque ricevuto dal sistema, vale

δW=Fextdr.\delta W = \vec F_{\mathrm{ext}}\cdot d\vec r.

Per un sistema esteso occorre sommare i contributi di tutte le forze esterne che compiono lavoro sulla sua frontiera.

Il caso che ci servirà più spesso in pratica è quello di un fluido contenuto in un recipiente con una parete mobile, che porta a valutare il lavoro delle forze di pressione. Consideriamo un gas racchiuso in un cilindro da un pistone piano di sezione S\mathcal S, cfr. Figura 2. L'asse xx è orientato verso l'esterno del gas. Quando il pistone si sposta di una quantità dxdx, il volume varia di

dV=Sdx.dV=\mathcal S\,dx.

Indichiamo con PextP_{\mathrm{ext}} la pressione esterna esercitata sulla frontiera del gas. La forza ricevuta dal gas è diretta verso l'interno e vale

Fext=PextSex.\vec F_{\mathrm{ext}} = -P_{\mathrm{ext}}\mathcal S\,\vec e_x.

Il lavoro elementare ricevuto dal gas è dunque

δWpression=Fext(dxex)=PextSdx,\delta W_{\mathrm{pression}} = \vec F_{\mathrm{ext}}\cdot(dx\,\vec e_x) = -P_{\mathrm{ext}}\mathcal S\,dx,

ossia

δWpression=PextdV\boxed{ \delta W_{\mathrm{pression}}=-P_{\mathrm{ext}} dV }
(5)

La regola del banchiere permette di verificare immediatamente il segno. In una compressione, dV<0dV<0, quindi δW>0\delta W>0: il gas riceve lavoro. In un'espansione, dV>0dV>0, quindi δW<0\delta W<0: il gas compie lavoro sul suo ambiente.

Si noti che in questa formula si tratta proprio della pressione esterna al sistema, che in generale non ha motivo di essere uguale alla pressione del gas stesso. Ciò è particolarmente importante da tenere presente nel caso delle trasformazioni brusche, fuori equilibrio, in cui la pressione interna non è in generale nemmeno definita.

Lavoro ricevuto da un gas durante lo spostamento di un pistone di sezione S. In un'espansione, dV>0 mentre la forza esercitata dalla pressione esterna si oppone allo spostamento: il lavoro ricevuto è dunque negativo.
Figura 2. Lavoro ricevuto da un gas durante lo spostamento di un pistone di sezione S\mathcal S. In un'espansione, dV>0dV>0 mentre la forza esercitata dalla pressione esterna si oppone allo spostamento: il lavoro ricevuto è dunque negativo.

Integrando, si ottiene la formula seguente per una trasformazione finita ABA \to B durante la quale la pressione esterna è nota:

Wpression[AB]=ABPextdV\boxed{ W_{\mathrm{pression}}[A \to B] = -\int_{A}^B P_{\mathrm{ext}} dV }
(6)

Questo integrale mostra che, per calcolare il lavoro totale, occorre conoscere il valore di PextP_{\mathrm{ext}} lungo tutta la trasformazione. Ciò ha una conseguenza importante: il lavoro non può in generale essere determinato a partire dai soli stati iniziale e finale AA e BB: la sua espressione dipende dal processo seguito.

Tre casi particolari vanno segnalati qui.

  1. Se PextP_{\mathrm{ext}} è costante, allora Wpression[AB]=PextΔVW_{\mathrm{pression}}[A\to B] = -P_{\mathrm{ext}}\Delta V.
  2. Lungo una trasformazione isocora, dV=0dV=0, e il lavoro delle forze di pressione è nullo: δWpression=0\delta W_{\mathrm{pression}}=0 e Wpression[AB]=0W_{\mathrm{pression}}[A\to B]=0.
  3. In un'espansione nel vuoto, Pext=0P_{\mathrm{ext}}=0, sicché anche il lavoro delle forze di pressione è nullo.

Osservazione 2 (Altre forme di lavoro)
Il lavoro delle forze di pressione è solo un esempio fra altri. Per un filo che si tende, se LL designa la sua lunghezza e FextF_{\mathrm{ext}} la forza di trazione ricevuta, δW=FextdL.\delta W=F_{\mathrm{ext}}\,dL.

Per un'interfaccia della quale si aumenta l'area AA, la tensione superficiale γ\gamma porta, nelle condizioni usuali, a un lavoro della forma

δW=γdA.\delta W=\gamma\,dA.

Si può anche trasferire energia senza spostamento meccanico visibile. Per esempio, lo spostamento di una carica dqdq attraverso una differenza di potenziale può dar luogo a un lavoro elettrico della forma

δWeˊlec=Vextdq,\delta W_{\mathrm{élec}}=V_{\mathrm{ext}}\,dq,

dove VextV_{\mathrm{ext}} è il potenziale elettrico esterno, spesso indicato, in questo contesto, con Φext\Phi_{\mathrm{ext}} per non confonderlo con il volume. Anche qui il segno di dqdq è scelto conformemente alla convenzione del banchiere.

La sottosezione 6.3 preciserà la forma generale dei lavori esterni.

4.2. Il calore

Il lavoro non può essere l'unico modo di trasferimento dell'energia, poiché riscaldare un gas contenuto in un recipiente rigido ne aumenta la temperatura e l'energia senza che venga compiuto alcun lavoro esterno. Dell'energia ha dunque attraversato la frontiera del sistema senza essere stata trasferita sotto forma di lavoro. Questo secondo modo di trasferimento dell'energia si chiama calore, o trasferimento di calore.

Nella costruzione qui adottata (si veda la sottosezione 6.1 per una costruzione alternativa equivalente), per una trasformazione fisica ABA \to B che collega due stati di equilibrio AA e BB, una volta identificati tutti i lavori ricevuti dal sistema, il calore ricevuto è definito da

Q[AB]  =def  U(B)U(A)W[AB].\boxed{ Q[A \to B] \equiv U(B)-U(A)-W[A \to B]. }
(7)

cosicché si ritrova la relazione annunciata sopra,

ΔU=Q+W\boxed{ \Delta U=Q+W }

Poiché il lavoro dipende dal cammino della trasformazione ABA \to B, e poiché la variazione di energia ΔU=U(B)U(A)\Delta U = U(B)-U(A) non ne dipende, necessariamente anche la quantità di calore scambiata ne dipende.

Nel linguaggio termodinamico si dice che l'energia interna UU è una funzione di stato (per postulato), mentre il lavoro WW e il calore QQ non lo sono. Ricordiamo che cosa ciò significa: il fatto che WW e QQ non possano essere funzioni dello stato del sistema in un dato istante significa che il sistema non possiede «una quantità di lavoro o di calore», ma piuttosto che WW e QQ sono trasferimenti di energia alla sua frontiera durante una trasformazione qualsiasi ABA \to B, esattamente ciò che si voleva ottenere, alla luce dei vari esperimenti descritti nella lezione 2.

Notiamo che in una trasformazione ciclica AAA \to A il sistema ritrova il suo stato iniziale, sicché

ΔUcycle=0.\Delta U_{\mathrm{cycle}}=0.

Il primo principio impone allora

Qcycle+Wcycle=0.\boxed{Q_{\mathrm{cycle}}+W_{\mathrm{cycle}}=0.}

Una macchina ciclica non può dunque fornire lavoro indefinitamente senza ricevere una quantità uguale di energia dal suo ambiente. È questo, storicamente, ciò che si chiama l'impossibilità del moto perpetuo di prima specie.

4.3. Forma differenziale del primo principio

La relazione

ΔU=Q+W\Delta U=Q+W

collega due stati di equilibrio AA e BB. È sempre vera, nel senso che non presuppone che tutti gli stati intermedi possano essere a loro volta rappresentati da punti dello spazio degli stati di equilibrio E\mathcal E. Se la trasformazione è brusca, il sistema può abbandonare temporaneamente la superficie di equilibrio definita su E\mathcal E, pur restando U(A)U(A) e U(B)U(B) perfettamente definite.

Un caso speciale va ora dettagliato. Supponiamo che la trasformazione sia quasi-statica. In ogni istante il sistema è allora, per definizione, in uno stato di equilibrio. Tale trasformazione può essere rappresentata da un cammino

γE\gamma\subset\mathcal E

costituito da stati di equilibrio infinitamente vicini, che non abbandona la superficie di equilibrio. Poiché UU è una funzione di stato differenziabile su E\mathcal E, la sua variazione fra due stati infinitamente vicini è un differenziale esatto, indicato con dUdU.

Indichiamo allora con δQ\delta Q e δW\delta W i trasferimenti elementari di calore e di lavoro corrispondenti. In tal caso il primo principio assume la forma

dU=δQ+δW\boxed{ dU=\delta Q+\delta W }
(8)

La differenza di notazione fra dUd U, da un lato, e δW\delta W o δQ\delta Q, dall'altro, non è soltanto cosmetica. Indica che il primo è un differenziale esatto e che gli altri due non lo sono, il che è la traduzione matematica del fatto che la variazione di energia non dipende dal cammino seguito mentre QQ e WW ne dipendono. La sezione seguente richiama al lettore alle prime armi la matematica necessaria per comprendere bene questo punto cruciale.

Nel caso particolare in cui l'unico lavoro è quello delle forze di pressione e in cui si può identificare PextP_{\mathrm{ext}} con la pressione PP del sistema, questa relazione diventa

dU=δQPdV.dU=\delta Q-P\,dV.
Da ricordare (Due formulazioni del primo principio)
La sua forma integrata ΔU=Q+W\Delta U=Q+W

collega due stati di equilibrio e resta utilizzabile anche quando il processo intermedio non è quasi-statico. La sua forma differenziale

dU=δQ+δWdU=\delta Q+\delta W

è valida solo per una trasformazione quasi-statica, che possa essere rappresentata da un cammino nello spazio degli stati di equilibrio.

5. Forme differenziali esatte e inesatte

Questa sezione raccoglie il minimo di matematica necessario per dare un senso preciso alla distinzione fra dUdU, da un lato, e δQ\delta Q e δW\delta W, dall'altro. Il lettore che già la conosce può saltarla.

5.1. Il differenziale di una funzione

Sia ff una funzione delle variabili x1,...,xdx^1,...,x^d, supposta derivabile. Il suo differenziale è l'espressione

df=i=1dfxidxi,df=\sum_{i=1}^{d}\frac{\partial f}{\partial x^i}\,dx^i,

che misura la variazione di ff quando si passa dal punto XX al punto vicino X+dXX+dX. Il punto importante è il seguente: se si segue un cammino γ\gamma che va da un punto AA a un punto BB, sommando tutte queste variazioni elementari si ottiene

γdf=f(B)f(A).\int_\gamma df=f(B)-f(A).

In particolare, lungo un cammino chiuso si ha:

df=0.\oint df=0.

5.2. Le forme differenziali

Consideriamo ora un'espressione dello stesso tipo, che non va assolutamente confusa con il differenziale di una funzione. Siano Ai(x1,...,xd)A_i(x^1,...,x^d) funzioni qualsiasi. Definiamo allora ω\omega mediante:

ω=i=1dAidxi.\omega=\sum_{i=1}^{d}A_i\,dx^i.

Un oggetto di questo tipo si chiama forma differenziale. Date le espressioni delle funzioni AiA_i, la si sa integrare senza difficoltà lungo un cammino γ\gamma. Ma nulla garantisce che esista una funzione ff della quale ω\omega sia il differenziale, cioè tale che Ai=f/xiA_i=\partial f/\partial x^i per ogni ii.

  • Se una tale funzione ff esiste, la forma si dice esatta, e si scrive ω=df\omega = d f. L'integrale γω=γdf=f(B)f(A)\int_\gamma\omega = \int_\gamma df = f(B)-f(A) dipende allora solo dagli estremi.
  • Altrimenti la forma si dice inesatta, e la si scrive allora δω\delta\omega anziché ω\omega, per ricordare che non è il differenziale di alcuna funzione. (I matematici scriverebbero semplicemente la forma come ω\omega.)

5.3. Il criterio di Schwarz

Un criterio semplice per stabilire se una forma differenziale è esatta è il criterio di Schwarz. Poniamoci, per semplificare, in due variabili (la generalizzazione è immediata), con

ω=A(x,y)dx+B(x,y)dy.\omega=A(x,y)\,dx+B(x,y)\,dy.

Se ω\omega fosse esatta, avremmo A=f/xA=\partial f/\partial x e B=f/yB=\partial f/\partial y, quindi

Ay=2fyx=2fxy=Bx,\frac{\partial A}{\partial y} =\frac{\partial^2 f}{\partial y\,\partial x} =\frac{\partial^2 f}{\partial x\,\partial y} =\frac{\partial B}{\partial x},

poiché l'ordine delle derivazioni è indifferente per una funzione due volte derivabile con continuità. Disponiamo così di un test comodo:

AyBx    ω non eˋ esatta.\boxed{ \frac{\partial A}{\partial y}\neq\frac{\partial B}{\partial x} \;\Longrightarrow\; \omega\ \text{non è esatta.} }

A meno di sottigliezze che non si presenteranno in termodinamica, vale anche il viceversa.

5.4. Esempio del lavoro delle forze di pressione

Quando i trasferimenti elementari possono essere espressi in funzione delle variabili di stato lungo il cammino quasi-statico, δQ\delta Q e δW\delta W diventano forme differenziali su E\mathcal E, e si può verificare se siano esatte o no.

A titolo di esempio, prendiamo nn moli di gas perfetto che subiscono una trasformazione quasi-statica, con Pext=PP_{\mathrm{ext}} = P. Abbiamo allora δW=PdV\delta W=-P\,dV. Ma poiché P=nRT/VP=nRT/V, il lavoro elementare si scrive

δW=PdV=nRTVdV=0×dTnRTVdV,ossiaA=0,B=nRTV,\delta W=-P dV = -\frac{nRT}{V}\,dV = 0\times dT-\frac{nRT}{V}\,dV, \qquad\text{ossia}\qquad A=0, \quad B=-\frac{nRT}{V},

identificando x=Tx=T e y=Vy=V. Si tratta effettivamente di una forma differenziale definita sullo spazio degli stati. Il criterio di Schwarz dà

AV=0,BT=nRV0.\frac{\partial A}{\partial V}=0, \qquad \frac{\partial B}{\partial T}=-\frac{nR}{V}\neq0.

Le due derivate incrociate non sono uguali: il lavoro elementare non è effettivamente un differenziale esatto. Non esiste dunque, in questo caso, alcuna funzione di stato W(T,V)W(T,V) della quale δW\delta W sarebbe la variazione, e il lavoro ricevuto fra due stati dipende davvero dal cammino seguito. Lo stesso ragionamento vale per δQ=dUδW\delta Q=dU-\delta W: poiché dUdU è esatto e δW\delta W non lo è, la loro differenza non può essere esatta.

Da ricordare (perché δ\delta e non dd)
dUdU è un differenziale esatto: la sua variazione dipende solo dagli stati iniziale e finale, e il suo integrale su un ciclo è nullo. δQ\delta Q e δW\delta W sono forme inesatte: dipendono dal cammino seguito, e non esiste né una funzione QQ né una funzione WW dello stato del sistema tali che δW=dW\delta W = d W e δQ=dQ\delta Q = dQ.

6. Per approfondire

Questa sezione raccoglie le considerazioni più avanzate annunciate in precedenza. Può essere saltata a una prima lettura.

6.1. Due costruzioni possibili del primo principio

Abbiamo scelto qui il seguente ordine logico: l'esistenza della funzione di stato UU è postulata dal primo principio, il lavoro è definito indipendentemente dalla meccanica, e il calore è poi definito dal bilancio

Q=ΔUW.Q=\Delta U-W.

Se ne trae un fatto notevole. Se la trasformazione è adiabatica, allora ΔU=W\Delta U = W, il che impone che il lavoro adiabatico WadW_{\mathrm{ad}} sia, a sua volta, sempre indipendente dal cammino seguito.

Ciò indica un'altra costruzione possibile dell'energia interna: operativa, dunque indipendente da ogni considerazione microscopica, e nella fattispecie più vicina al percorso storico. Si comincia col caratterizzare le trasformazioni adiabatiche senza introdurre preventivamente la grandezza QQ, al fine di evitare ogni circolarità di ragionamento.

L'idea è ingegnosa: non si definisce il trasferimento in sé, bensì il dispositivo. Una parete si dice adiabatica quando lo stato del sistema che essa racchiude può essere modificato soltanto spostando le coordinate meccaniche esterne, cioè il pistone, un agitatore o una corrente elettrica. Il test è allora diretto: si mantengono fisse tali coordinate e si modifica arbitrariamente l'esterno, immergendo per esempio il recipiente in un bagno di ghiaccio o avvicinandolo a una fiamma. Se nessuna variabile di stato del sistema varia, la parete è adiabatica.

Questa caratterizzazione fa intervenire soltanto stati e spostamenti meccanici, mai un trasferimento di energia: precede dunque ogni nozione di calore. In pratica ci si avvicina a essa con un buon isolamento, oppure operando rapidamente rispetto al tempo di rilassamento termico.

Il lavoro ricevuto, dal canto suo, si misura in modo puramente meccanico o elettrico. È tutto il contenuto empirico degli esperimenti di Joule, condotti fra il 1843 e il 1850 e ripresi da allora con precisione crescente: una massa mm che cade da un'altezza hh fornisce mghmgh, senza che intervenga alcun trasferimento di calore. Tutti i dispositivi che egli ideò e realizzò in un recipiente adiabatico nel senso sopra indicato (mulinello a palette, resistenza riscaldante o compressione di un gas) lo condussero alla stessa constatazione: uno stesso lavoro fornito produce uno stesso cambiamento di stato, il che costituiva per lui «l'equivalente meccanico del calore», come abbiamo spiegato nella lezione 2. Joule fu così il primo a mostrare (un'indicazione sperimentale del fatto) che il lavoro adiabatico non dipende dal cammino seguito.

Furono poi Carathéodory, nel 1909 [2], e soprattutto Born, nel 1921, a proporre di erigere questo fatto sperimentale a postulato. Ammettendolo, diventa facile costruire una funzione di stato UU ponendo

U(B)U(A)=Wad(AB),U(B)-U(A)=W_{\mathrm{ad}}(A\to B),

e definire poi il calore per differenza per le trasformazioni generali, come abbiamo fatto.

Questa costruzione è ripresa in numerose opere, in particolare quelle di Pippard [3] e di Callen [4]. È equivalente alla nostra: postulare UU e dedurne poi l'indipendenza del lavoro adiabatico dal cammino equivale a postulare tale indipendenza e costruire in seguito UU. Si troverà in Rosenberg [5] il racconto dettagliato di questa evoluzione concettuale, da Joule a Carathéodory e Born.

6.2. Micro e macrostati

Se non si sceglie di seguire la via operativa descritta sopra, la sezione 2 ha portato alla luce una questione fondamentale: come può un'energia definita su uno spazio di 6N6N coordinate riassumersi in una funzione di poche variabili macroscopiche soltanto? La fisica statistica costruisce questo passaggio fra le due scale. Eccone le grandi linee.

In fisica statistica si chiama macrostato un punto XX dello spazio degli stati di equilibrio E\mathcal E. A uno stesso macrostato corrisponde in generale un numero gigantesco di microstati γΓ\gamma\in\Gamma compatibili con i medesimi vincoli macroscopici.

Si dimostra allora che le energie di tali microstati si distribuiscono in modo estremamente concentrato attorno al loro valore medio quando NN\to\infty, limite detto termodinamico. In altri termini, le fluttuazioni relative dell'energia tendono a zero:

σ(Umicro)Umicro0.\frac{\sigma(U_{\mathrm{micro}})} {\langle U_{\mathrm{micro}}\rangle}\longrightarrow0.

Si può allora porre Uth(X)=UmicroXU_{\mathrm{th}}(X)= \langle U_{\mathrm{micro}} \rangle_X, con la media presa su tutti i microstati compatibili con il macrostato. È la concentrazione appena richiamata a dare senso a questa definizione. Il sistema occupa in ogni istante un unico microstato, e non la media: è solo perché quasi tutti portano la stessa energia che si può parlare dell'energia del macrostato, e che due preparazioni identiche danno la stessa misura.

Per rappresentarsi le cose si può immaginare che a un macrostato corrisponda un insieme molto grande di microstati microscopicamente diversi ma macroscopicamente indistinguibili. Questa immagine somiglia a quella di una classe di equivalenza sullo spazio delle fasi. La costruzione precisa sarà tuttavia leggermente diversa e farà intervenire una distribuzione di probabilità sullo spazio delle fasi.

La figura seguente riassume questo procedimento.

Uno stesso macrostato X è compatibile con un numero immenso di microstati. Alla nostra scala le loro energie sono estremamente concentrate attorno a uno stesso valore macroscopico, il che permette di definire U_ th(X).
Figura 3. Uno stesso macrostato XX è compatibile con un numero immenso di microstati. Alla nostra scala le loro energie sono estremamente concentrate attorno a uno stesso valore macroscopico, il che permette di definire Uth(X)U_{\mathrm{th}}(X).

6.3. Lavori generalizzati

Le diverse forme di lavoro incontrate sopra possiedono una struttura comune. Abbiamo visto le forme

δW=PextdV\delta W=-P_{\mathrm{ext}}\,dV

per il lavoro di pressione,

δW=FextdL\delta W=F_{\mathrm{ext}}\,dL

per l'allungamento di un filo, o ancora

δW=γextdA\delta W=\gamma_{\mathrm{ext}}\,dA

per un lavoro di superficie. Si nota che ogni volta la grandezza differenziata è estensiva mentre il suo prefattore è intensivo. Generalizzando, scriveremo ogni termine di lavoro meccanico nella forma:

δW=iνiextdxi,\boxed{ \delta W=\sum_i \nu_i^{\mathrm{ext}}\,dx^i, }

dove νiext\nu_i^{\mathrm{ext}} designa la forza generalizzata esterna (in generale intensiva) coniugata alla coordinata xix^i (in generale estensiva), con il segno corrispondente alla nostra convenzione.

Nel caso in cui le forze generalizzate esterne si identifichino con le corrispondenti forze termodinamiche del sistema (esempio: Pext=PP_{\mathrm{ext}}=P), il primo principio può allora scriversi nella forma

dU=δQ+iνidxi.\boxed{ dU=\delta Q+\sum_i\nu_i\,dx^i.}

6.4. L'estensività dell'energia interna

Nella lezione precedente abbiamo presentato l'energia interna come una grandezza estensiva: moltiplicare la taglia di un sistema omogeneo per un fattore λ\lambda, a variabili intensive fissate, ne moltiplica l'energia per λ\lambda,

UλU.U\longrightarrow\lambda U.

Questa proprietà non è postulata dal primo principio. È un'ipotesi supplementare che faremo spesso, ma che non sempre vale. Ci si aspetta infatti che l'esistenza di forze a lungo raggio fra i costituenti del sistema (in particolare gravitazionali) ne rovini l'estensività.

Precisiamo questo punto. Consideriamo NN costituenti distribuiti a densità costante in uno spazio di dimensione DD, e supponiamo che la loro energia potenziale d'interazione si comporti come

Ep(r)1rα.E_p(r)\sim\frac{1}{r^\alpha}.

A densità ρ=N/V\rho=N/V fissata, la taglia lineare tipica del sistema cresce come

LN1/D.L\sim N^{1/D}.

Valutiamo allora l'energia d'interazione totale in tre tempi.

Contare i vicini.

Fissiamo un costituente e chiediamoci quanti altri si trovino a una distanza compresa fra rr e r+drr+dr. È la densità moltiplicata per il volume del guscio corrispondente:

dn(r)=ρSDrD1dr,dn(r)=\rho\,S_D\,r^{D-1}\,dr,

dove SDS_D designa l'area della sfera unitaria in dimensione DD, cioè 4π4\pi in tre dimensioni.

Sommare sulle distanze.

Ciascuno di questi vicini contribuisce con Ep(r)rαE_p(r)\sim r^{-\alpha}. L'energia d'interazione di un solo costituente con tutti gli altri vale dunque

uρaLrD11rαdr=ρaLrD1αdr.u\sim\rho\int_a^L r^{D-1}\,\frac{1}{r^{\alpha}}\,dr =\rho\int_a^L r^{D-1-\alpha}\,dr .

L'estremo inferiore aa è la distanza minima di avvicinamento, al di sotto della quale la legge in 1/rα1/r^\alpha cessa di valere e che impedisce all'integrale di divergere per r0r\to0. L'estremo superiore LL è la taglia del sistema: non vi sono vicini oltre di essa.

Sommare sui costituenti.

Moltiplichiamo per il numero di costituenti (dividendo per due per non contare due volte ogni coppia):

UintN2uNρaLrD1αdr,U_{\mathrm{int}}\sim\frac{N}{2}\,u \sim N\rho \int_a^L r^{D-1-\alpha}\,dr,

dove si è assorbito il fattore geometrico SD/2S_D/2 nell'ordine di grandezza. Guardiamo allora il valore dell'integrale:

aLrD1αdr=[rDαDα]aL(αD).\int_a^L r^{D-1-\alpha}\,dr =\left[\frac{r^{D-\alpha}}{D-\alpha}\right]_a^L \qquad(\alpha\neq D).

Se α>D\alpha>D, l'esponente è negativo: l'integrale converge quando LL\to\infty ed è dominato dal suo estremo inferiore, dunque dell'ordine della costante aDα/(αD)a^{D-\alpha}/(\alpha-D). Se α<D\alpha<D, è al contrario dominato dal suo estremo superiore e vale dell'ordine di LDα=N1α/DL^{D-\alpha}=N^{1-\alpha/D}. Infine, nel caso α=D\alpha=D, la primitiva è un logaritmo e l'integrale vale ln(L/a)=1DlnN\ln(L/a)=\tfrac1D\ln N. Sostituendo, si ottiene così

Uintcste×{N,α>D,NlnN,α=D,N2α/D,α<D.\begin{aligned} U_{\mathrm{int}} \sim \text{cste} \times \begin{cases} N, & \alpha>D,\\[1mm] N\ln N, & \alpha=D,\\[1mm] N^{\,2-\alpha/D}, & \alpha<D. \end{cases} \end{aligned}

Fisicamente l'interpretazione è chiara. Quando α>D\alpha>D abbiamo forze a corto raggio: il decrescere di EpE_p prevale sulla crescita del numero di vicini. Ogni costituente sente solo il suo intorno immediato, sicché la sua energia non dipende dalla taglia del sistema, e il totale è proporzionale a NN, il che è estensivo.

Quando αD\alpha\leq D accade il contrario: i vicini lontani, assai più numerosi, prevalgono, ogni costituente sente il sistema intero, e la sua energia propria cresce con la taglia di quest'ultimo. Il totale cresce allora più rapidamente di NN, e l'estensività è perduta. Interazioni sufficientemente corte conducono dunque naturalmente a un'energia estensiva, mentre interazioni a lungo raggio possono distruggere tale proprietà.

Nella gravitazione newtoniana tridimensionale, per esempio,

Ep(r)1r,D=3,α=1,E_p(r)\sim-\frac1r, \qquad D=3, \qquad \alpha=1,

e la stima precedente dà, a densità fissata,

UgravN5/3.U_{\mathrm{grav}}\sim-N^{5/3}.

Il segno negativo, che l'argomento d'ordine di grandezza non fornisce da solo, traduce il carattere attrattivo della gravitazione.

L'estensività dell'energia sarà usata massicciamente nel seguito di quest'opera. La gravitazione è ovviamente universale, ma è una forza molto debole: se si studiano due volumi di gas messi a contatto, la si può trascurare in pratica. D'altra parte le forze interne al gas, di tipo van der Waals, decrescono molto rapidamente (come 1/r61/r^6), sicché l'estensività è in tal caso pressoché esatta.

Al contrario, per descrivere i cosiddetti sistemi autogravitanti (stelle, galassie, ...), la gravitazione è ovviamente l'ingrediente essenziale, e tutta l'analisi termodinamica va ripresa dall'inizio, poiché si perde necessariamente l'estensività dell'energia. Per questo la termodinamica di tali sistemi è quasi una scienza a parte e mostra comportamenti inattesi: per esempio, una stella che irraggia energia si riscalda anziché raffreddarsi. Vi torneremo nella parte avanzata dell'opera.

7. Sintesi

Riassumiamo ciò che questa lezione ha messo in piedi e che servirà in tutto il seguito.

  • Il primo principio postula l'esistenza di una funzione di stato U:ERU:\mathcal E\longrightarrow\mathbb R, l'energia interna, e afferma la conservazione dell'energia di un sistema isolato.
  • Nel seguito dell'opera la supporremo inoltre estensiva, e sufficientemente continua e differenziabile in tutte le sue variabili.
  • Completato dall'additività dell'energia, il primo principio permette di formulare la conservazione come un bilancio energetico fra un sistema chiuso e il suo ambiente. Essendo il lavoro definito indipendentemente dalla meccanica, il calore è allora definito come il trasferimento restante, il che conduce all'utile formula ΔU=Q+W\Delta U=Q+W.
  • Per una trasformazione quasi-statica, questo bilancio di energia assume la forma differenziale dU=δQ+δWdU=\delta Q+\delta W, nella quale solo dUdU è un differenziale esatto.

L'analisi dei sistemi aperti sarà discussa altrove nel corso.

8. Riferimenti

Sull'evoluzione concettuale del primo principio, da Joule a Carathéodory e Born, si veda Rosenberg [5]. Per una presentazione classica, si vedano Pippard [3] e Callen [4].

  1. J. P. Joule, “On the Mechanical Equivalent of Heat,” Phil. Trans. R. Soc. Lond. 140, 61—82 (1850)
  2. C. Carathéodory, “Untersuchungen über die Grundlagen der Thermodynamik,” Math. Ann. 67, 355—386 (1909)
  3. A. B. Pippard, Elements of Classical Thermodynamics for Advanced Students of Physics, Cambridge University Press (1957)
  4. H. B. Callen, Thermodynamics and an Introduction to Thermostatistics, 2nd ed., Wiley (1985)
  5. R. M. Rosenberg, “From Joule to Caratheodory and Born: A Conceptual Evolution of the First Law of Thermodynamics,” J. Chem. Educ. 87, 691—693 (2010)
  6. A. M. Steane, “First Law, internal energy,” chap. 7 in Thermodynamics: A Complete Undergraduate Course, Oxford University Press (2017)
  7. E. A. Gislason and N. C. Craig, “Cementing the foundations of thermodynamics: Comparison of system-based and surroundings-based definitions of work and heat,” J. Chem. Thermodynamics 37, 954—966 (2005)